Sono i nuovi mostri: le convention virtuali.

Ci sono riusciti. La pandemia ha creato, insieme a una serie di danni incalcolabili, dei mostri di incredibile forza e penetrazione: le convention virtuali. 

Siamo entrati nell’era del green screen, di studi vuoti, verdi, illuminati da luci anonime e tutte uguali. Tutto asettico. Non per nulla lo studio in cui si registra e trasmette è verde

Distanziamoci. Questo è il nuovo comandamento. Siamo dei cyborg che fissano il nulla, parlano a un pubblico inesistente che se va bene ha acceso il video su cui c’è lo streaming e poi è andato a bersi un caffè o legge un libro, o magari guarda Netflix. 

Le regie dietro a vetri altrettanto asettici comunicano tramite auricolari, da postazioni separate. Connettono in Zoom o in Teams persone che parlano da casa, in pigiama sotto il tavolo dove la ripresa non si vede e in giacca o tailleur da sopra la scrivania. Persone che trasmettono a un nulla virtuale, uno schermo di vuoto, di francobolli con facce anonime. Nuovi mostri. Mostri capitati per caso, obbligati a connettersi tramite un link al posto del vecchio badge che affollava i muri degli uffici e faceva ricordare momenti felici. Momenti di incontro con amici e colleghi.

No. Adesso tutto è virtuale. Tutto è anonimo. Con buona pace di tutti. 

Dovremo abituarci. Chi comanda e hai deciso che questa è la nuova linea, sta già operando al sottile lavaggio del cervello. Ci stanno facendo vedere nelle pubblicità degli europei, di Sky, della Ceres, che il mondo come lo conoscevamo una volta è finito. Morto e sepolto sotto un green screen che tra poco diventerà la via alla nuova comunicazione. Abbiamo dovuto imparare a comunicare prima con Facebook, con tanti amici virtuali cui mettere un like perché sono meno impegnativi di una cena e di un tavolo imbandito dove fare conversazione vera. E così siamo arrivati a discutere del nulla. In chat.

Poi abbiamo imparato a fotografare i piatti e i tramonti, a mettere hashtag ad ogni foto di qualsiasi cosa su Instagram. Abbiamo cominciato a seguire le vite degli altri non a vendo più una vita nostra reale, spinti da una curiosità morbosa e futile; perché siamo diventati tutti più vuoti. Non avendo una vita interessante perché mancano i contatti umani, siamo andati a cercarli in un mondo virtuale, li abbiamo inventati vivendo vite per corrispondenza, guardoni in casa d’altri. 

E poi siamo arrivati al green screen. Alle Convention virtuali. O alle call in cui possiamo far credere a tutti di essere ovunque. Basta un telo verde dietro al computer e il monolocale diventa un loft newyorkese all’ultima moda. Abbiamo abbandonato gli hotel, le stanze in cui in un paio di giorni ritrovavamo l’intimità di casa ma con il gusto di scoprire ogni anno o ogni trimestre un posto nuovo. Abbiamo lasciato i catering per farci consegnare a casa i welcome kit, i breakfast gift, i virtual together lunch, i video happy hour con coktail in scatole di plastica al posto del piacere di sedere a un bancone e vederlo fare da un barman con l’abilità di un giocoliere. 

I nuovi mostri del mondo degli eventi sono le convention virtuali, eventi realizzati in studi ipertecnologici fatti di luci tutte uguali, di tecnici incapsulati dentro una cuffia e un microfono, di assenza di contatto con la realtà. Cosa sono le convention virtuali? Sono manager (pochi) in una stanza vuota; trasmessi come fossero in riva al mare, dentro a un circuito di Formula Uno, in un palco con centinaia di teste mobili, laser ed effetti speciali. 

E l’interazione massima delle convention virtuali è una chat in cui scrivere una domanda in sottopancia, una manina illuminata che applaude, una stellina che si illumina o un pollice all’ingiù. Tutto asettico. Nessun applauso vero, nessun contatto umano, nessun fischio di disapprovazione. Il Sound designer fa tutto: mette gli applausi, i silenzi, la musica. Solo che non è vero nulla. 

Con le convention virtuali siamo arrivati al distanziamento sociale vero. Ci hanno condotto con maestria su questa strada. Tra poco si atrofizzeranno le gambe sostituite da palline come quelle su cui scorrono i mouse e le generazioni future nasceranno per inseminazione artificiale (così ci tolgono il pericolo di malattie e altri contatti insieme all’incubo tutto maschile dell’ansia da prestazione) con un joystick al posto delle mani. Per essere più pronti a governare il mondo virtuale. E naturalmente una mascherina con gli Oculos sugli occhi.

Se è questo il mondo verso il quale stiamo andando, sono felice di essere di una generazione che non lo vedrà solo in parte. E non è l’elegia del buon tempo perduto. È la constatazione anche in parte sociologica, che un mondo senza contatto umano, personalmente, non mi piace. Vorrei poter tornare alle riunioni oceaniche, agli stadi pieni anche col rischio di prendere un raffreddore o di morire di una malattia rara. Perché si chiama vita. Vorrei poter tornare alle conferenze stampa con colleghi in una sala stampa in cui scrivere insieme i pezzi. Vorrei un hotel dove il maitre mi riconosce e mi saluta, dove mi sento a casa anche mentre lavoro. Vorrei un mondo vero; non creato dietro di me da un muro verde e un computer senz’anima che decide che sfondo mettermi dietro e si disinteressa se parlo al nulla e nessuno mi ascolta. Forse perché non ho nemmeno più cose interessanti da dire.