La FAVOLA DEL CORONAVIRUS

LA FAVOLA DEL CORONAVIRUS; UNA SPERANZA PER IL NUOVO ANNO.

C’erano una volta, tanti ma così tanti anni fa che se ne è persa la memoria, tanti piccoli stati indipendenti. Ognuno aveva le sue caratteristiche. C’era quello con i mulini a vento, quello che si vantava di avere il formaggio migliore insieme a un vino con le bollicine che pensavano di avere solo loro salvo arrabbiarsi quando scoprivano che ce n’erano di migliori poco più in là delle Alpi; c’era un regno dove faceva sempre freddo ma ci si scaldava con la vodka e uno in cui faceva così caldo che invece al pomeriggio ci si fermava per dormire e si beveva il vino con la frutta. E poi c’era anche un regno mitico, dove si raccontava che addirittura le auto potevano correre senza limiti di velocità sulle strade; però era un regno triste, perché era molto rigido, si lavorava tantissimo e si parlava con una serie di grugniti tutte consonanti. Poi c’era un regno al di là del canale, dove sembrava di vivere al contrario: guidavano a destra invece che a sinistra, ma stavano sulla strada a sinistra invece che a destra; mentre tutti i regni eleggevano i loro rappresentanti, lì una regina immortale autorizzava a parlarle il rappresentante del popolo. 

In questo mondo così frazionato, c’erano poi altri grandissimi regni. Alcuni al di là del mare, altri delle montagne. In uno di questi regni gli uomini erano così piccoli che per nutrirsi potevano cibarsi di riso e cavallette e parlavano una lingua stranissima in cui avevano sostituito la lettera “R” con la “L”. Al di là dell’immenso mare Oceano invece, c’era un regno in cui si raccontava che delle prugne miracolose rendessero tutti belli, biondi e atletici; erano così in forma che non riuscivano mai a stare fermi. Cavalcavano le onde del mare su tavole di legno ed erano così affamati che mangiavano enormi bistecche di carne alla griglia cucinate su barbecue di ogni tipo. 

Ognuno di questi regni viveva al meglio delle proprie possibilità, si godeva la vita e i propri prodotti. Alcuni erano così pregiati che pur di averli per i propri abitanti, ogni stato non esitava a creare accordi commerciali, scambiarsi beni e attrezzature, invidiare l’arte o la produzione uno dell’altro. 

Il regno di Fantasilandia non era famoso per la precisione. Ma era il più invidiato al mondo. Volevano venire tutti a visitarlo. Volevano stare al sole e fare il bagno in un mare meraviglioso; volevano assaggiare la pizza o la mozzarella, veder cadere sofficemente il tartufo sulle tagliatelle respirandone il profumo sublime, godere di una punta di Parmigiano, bere una bottiglia di vino ascoltando una canzone davanti al Vesuvio un vulcano che si diceva ormai spento ma sempre pronto a riaccendersi, oppure transitare lentamente a bordo di una piccola imbarcazione nera tra canali d’acqua che rendevano unica al mondo una delle sue città, mentre il conducente cantava romantiche canzoni d’amore. Le genti di altri regni amavano la spensieratezza di Fantasilandia, la sua creatività, la capacità di reinventarsi ogni giorno. Il mandolino era visto come un valore, la poesia come qualcosa che rendeva più invincibili dei guerrieri per conquistare una donna invece che tirarla per i capelli nella grotta. I prodotti del design di Fantasilandia, non era neppure da mettere in discussione, erano i più ambiti al mondo e da ogni parte della terra le persone che potevano, venivano qui per imparare a dipingere, progettare, creare. Ovviamente il regno di Fantasilandia era famoso anche per essere poco preciso. Se prometteva qualcosa in consegna per un giorno, magari ritardava la fornitura perché nel frattempo qualcuno aveva preferito ridisegnare un pezzo o cambiare una forma, o andare a fare una passeggiata in montagna. Ma in fondo, erano peccati veniali. Perché tutti volevano i prodotti di Fantasilandia. Tutti ne amavano il carattere allegro degli abitanti. Tutti cercavano una scusa per venire in vacanza in quello che era considerato “il paese dei balocchi” della terra. 

Poi un giorno, una persona particolarmente invidiosa non solo di Fantasilandia, ma di ogni regno indipendente, incominciò a raccontare una serie di storie tragiche sulla separazione e sulla divisione. Incominciò ad instillare dubbi e incertezze. Incominciò a dire che solo tutti insieme si poteva costruire un regno più forte di tutti, più grande di tutti, più intelligente di tutti, in grado di piegare le altre economie e di costituire un baluardo invincibile per tutti. Un regno dove i più grandi si sarebbero presi cura dei più piccoli, dove i più ricchi avrebbero aiutato i più poveri. Dove avrebbe regnato un patto di stabilità e garanzia tra i popoli. Dove tutti sarebbero vissuti lavorando un giorno in meno al mese e guadagnando come avessero lavorato un giorno in più. Praticamente le solite storielle della buona notte. 

Questa nuova nazione si sarebbe chiamata Eurolandia, dal nome di Europa, Figlia di Agenore e di Telefassa. La leggenda vuole che Zeus si innamorasse di lei, osservandola su una spiaggia insieme a delle ancelle e per trombarsela ordinasse ad Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia per poi trasformarsi in un toro bianco, farla salire sulle sue spalle come una amazzone e rapirla a Creta dove violentarla. Europa fece resistenza e Zeus si trasformò in aquila, la portò sotto un platano sempre verde e lì per come dire, le fece vedere fulmini e saette fino a farci quattro figli: tre dati da mantenere a un cornuto che sposò Europa e uno dato in adozione ad Apollo. Insomma: cronaca di uno stupro annunciato, fin dal nome. La terra felice, tanto felice non poteva essere dalla nascita. Nulla di nuovo sotto il sole. O sotto il platano.

Con inganni simili alla coppia di buoi, anche i personaggi che convinsero a fare Eurolandia, plagiarono le persone fino al punto da far loro dire tramite una votazione che Eurolandia era il sogno di tutti e doveva nascere al più presto. Tutti felici perché d’estate non c’erano più code alle frontiere, non si pagavano più soldini per valicarle, non si mostravano pelli con concessioni di transito, le genti dei regni di ovunque si fusero insieme. Solo che continuarono a chiamarsi con i nomi originali: italiani, tedeschi, francesi etc.  E non capirono subito che in realtà la presunta uguaglianza era come nella “fattoria degli animali di Orwell”: tutti gli animali sono uguali ma alcuni animali sono più uguali degli altri. In questo caso, i maiali. E anche in Eurolandia i maiali imposero la loro legge. In primo luogo, le valute: basta lira, marco, franco, peseta etc. una sola valuta di scambio: l’euro. Uguale per tutti. Tranne che nel valore. Si, perché l’euro valeva in base al tasso di conversione. Per i maiali uno valeva uno (corsi e ricorsi storici anche ai nostri giorni ma con altra valenza; neppure il contesto hanno capito i rappresentanti attuali, ma questa è un’altra favola!): un vecchio marco, uguale un nuovo euro. Per le farfalline e le cicale di Fantasilandia, un euro, duemila vecchie lire. E così via con conversioni più o meno paritetiche per le rane e sempre meno per tutti gli altri animali. Eurolandia nasceva un tantino sbilanciata. Ma chissenefrega: ci sarebbe stato il patto di stabilità, i prestiti agevolati, una banca che avrebbe battuto moneta per tutti e tante altre meraviglie che, sull’onda delle vacanze senza frontiere e dei viaggi come fossimo andati dal Piemonte alla Liguria, passarono sotto silenzio. A Bruxelles, la fattoria delle decisioni venne fatta con lo stesso sistema. In funzione dell’uguaglianza orwelliana: per cui i maiali assunsero il controllo anche li. 

Ormai la frittata però era fatta. Ed Eurolandia divenne con il tempo, sempre più una gabbia nella quale tutti avevano divieti, tranne i maiali e le rane. Loro potevano fare qualsiasi cosa, usando i soldi degli altri regni (perché ovviamente gli altri stati dovevano foraggiare Eurolandia visto che erano stati benignamente accettati anche se con un tasso di 2.000:1) gli altri regni dovevano chiedere permessi, attenersi a norme, non usare i propri soldi ma gestirli in funzione di ratei, tassi e vincoli imposti. E infatti i regnanti non avevano corone in testa o scettri del potere ma governavano utilizzando uno strano strumento che tenevano chiuso in una mano chiamato “il topo”, all’inglese …Mouse. Con questo, attraverso il mago di corte Computer, creavano terribili pozioni magiche recitando formule alchemiche con parole oscure: MES, Spread, Bonds, Stock Options e simili che nessuno capiva ma che avevano effetti devastanti sulle popolazioni colpite da un anatema. Le formule si manifestavano in grafici altalenanti che brillavano come lampi nella notte. Lanciare la maledizione e alzare di qualche punto Spread era peggio di una febbre acuta 3 gradi più alta del normale.

La terra di bengodi quindi cominciò ad essere immediatamente una terra di guerre sotterranee: io valgo più di te, tu conti meno di me, io ho i prodotti migliori, io ti copio i tuoi prodotti e li chiamo col tuo nome ma li vendo a prezzi più bassi, io non ti copio il prodotto ma uso il nome su una cosa diversa e non ti pago le tasse; io non compero più il tuo design; e io non ti faccio più entrare nelle mie isole; e io ti invado con le truppe africane fatte sbarcare di notte e di nascosto che mangeranno a casa tua perché sono bravissimi a mimetizzarsi a meno che non accetti le mie imposizioni; tutti contro tutti, insomma, in un gran casino con lingue diverse. Saggiamente, l’isola oltre il canale era rimasta fuori da questa Babele. Aveva continuato a guidare in modo strano, ad avere la sua moneta e controllare chi entrava nel paese. Ma dava un “appoggio esterno”, come una mamma che guarda con benevolenza il figlio picchiatello sapendo che prima o poi avrebbe messo la testa a posto. Una volta per sbaglio, fece capolino in Eurolandia, ma poi con la saggezza dell’immortalità della regina e la follia del buffone di corte, l’isola oltre il canale se ne chiamò subito fuori.

Eurolandia invece si era montata la testa. Aveva cominciato a negoziare accordi improbabili con i regni al di là degli oceani, a litigare con tutti. I regnanti col Mouse in mano chiedevano ogni giorno una formula magica diversa al Mago Computer per regnare togliendo a ogni popolo dei regni la libertà di usare i propri soldi come volevano e garantirsi un proprio “status” che ormai tutti vedevano come un privilegio inaccettabile. E, naturalmente, sempre cercando di attirare come una sirena nuovi regni da far entrare, per finanziare i nuovi debiti che continuava a fare e gli accordi che non poteva rispettare. La fattoria centrale comperava a credito dal popolo con la “L” al posto della “R” che a sua volta trovava i soldi finanziando il popolo degli sportivi e delle prugne. Il tutto in una spirale senza fondo che dragava risorse ed esasperava gli animi. 

Gli anni passavano e la situazione peggiorava di mese in mese. Più nessuno sapeva come pagare i propri debiti, come mantenere le promesse impossibili fatte con troppa leggerezza; più nessuno sapeva come giustificare le proprie ingerenze. A Fantasilandia tutti si preoccupavano perché il re Travicello era stato sostituito da un drago che “whatever it takes” avrebbe difeso il paese sputando sentenze e decreti legge che andavano contro ogni …speranza. 

Ma per fortuna, al di là delle montagne, il maestro del maestro del maestro del maestro Myagy, con la saggezza dei popoli che sanno meditare e poi colpire con la velocità di un colpo di Karate, suggeriva al popolo della “L” al posto della “R” la soluzione: inventiamo una minaccia invisibile capace di proteggerci dalle pozioni del mago Computer e pian piano riequilibriamo il mondo con il metodo più antico: la paura dell’ignoto. Un piano talmente banale che nessuno lo prese sul serio: sembrava uno starnuto mondiale. E così nacque l’influenza COVID-19. A quel punto tutti colsero la palla al balzo quasi fossero cestisti della NBA (che è un altro degli sport preferiti tra quelli delle prugne miracolose): non vogliamo l’influenza. Chiudiamo le frontiere. Tu non entri. Tu non parti. Io sono in crisi. Io sono in default. Io non posso rispettare i patti. Io non voglio che tu li rispetti però non li fai rispettare neppure a me. Io scarico 25 miliardi per il mio regno; io 200; io 350, io 750 (i maiali sono sempre i più grossi e vincono anche lì). Io faccio la zona rossa, gialla, bianca e verde (a Fantasilandia infatti governavano “in modo creativo” delle copie olografiche dei regnanti di Bruxelles che non avevano anima propria ma credevano di averla, con il re travicello che pensava di essere un grande statista e si paragonava a Churchill, nome che ricordava aver letto su Wikipedia); altri dicevano io faccio il lockdown (sono i produttori di casseforti e ingegneria, cos’altro potevano fare) e così via.

Passarono così un paio di anni di caos nei quali a ondate cicliche, si ricordava l’importanza delle mascherine per non farsi riconoscere dalla moglie o dal marito durante una scappatella in centro per negozi, i passaporti colorati venivano sostituiti da quelli verdi come la benzina ed infatti erano normali o super. Anni in cui le punturine non servivano più a gonfiare le labbra ma le spalle.

Alla fine nulla fu più come prima. Lentamente si tornò alla normalità. Le frontiere vennero mantenute attive, la fattoria comune a Bruxelles diventò un hotel, nessuno dovette più restituire nulla a nessuno e si ricominciò, uscendo alla chetichella da Eurolandia e tornando a fare accordi basati sul baratto e sul valore vero, non su quello imposto. E tutti ringraziarono il popolo con la “L” al posto della “R” che aveva trovato la soluzione per la “Restauration” mai dichiarata, permettendo loro di continuare a esportare i deliziosi gamberetti glassati al limone e gli involtini primavera, chiamati così in onore della stagione in cui tutto si risolse, prima dell’estate. Perché le vacanze erano sacre come le Olimpiadi un tempo; e allora il virus concesse -come per le Olimpiadi- la tregua, dimenticandosi poi di tornare all’autunno. E così vissero tutti, nuovamente divisi e contenti. 

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