Carta Hanji

LA CARTA HANJI: UNA STORIA LUNGA MILLENNI GIUNTA FINO A NOI

La mostra attualmente installata nel Museo Carlo Bilotti di Roma fino al 27 febbraio, svela l’incontro fra l’antico sapere e la tradizione con l’arte contemporanea.
E’ solo carta, ma è una carta millenaria con un ruolo e una tradizione antichissimi, parliamo del decimo secolo, ed è un tratto identitario che caratterizza fortemente la cultura Coreana: la carta Hanji.

In ambito artistico, soprattutto, la carta tradizionale Hanji ha un ruolo importante perché la sua manifattura è la stessa, immutata nei secoli, e in un paese come la Corea dove c’è una forte spinta tecnologica che tende a influenzare i ritmi stessi di vita, mantenere viva una ininterrotta tradizione fatta di riti e passaggi ha un grande valore storico e sociale.

Carta Hanji

La storia millenaria della carta Hanji è segnata da un lungo processo di produzione che ha inizio nei mesi invernali con temperature minime che raggiungono anche i 25 gradi sotto lo zero.  Tutto ha inizio con la fibra estratta dalla corteccia dell’albero del Gelso, Dak in coreano, un materiale con qualità uniche: fibre lunghe, resistenza, elasticità e longevità, e una grande lucentezza e trasparenza che migliorano con il passare degli anni.

Gli esperti maestri, custodi del loro ruolo di guardiani della tradizione, danno inizio al processo di produzione con la raccolta dei rami di Dak che vengono puliti e scortecciati dividendo la corteccia dalle fibre, queste vengono a lungo bollite per ammorbidirle e poi altrettanto a lungo pestate e battute con un pestello nei mortai. Acqua e fibre di gelso ridotte in poltiglia insieme con radici di ibisco (che fungono da collante) vengono messe in grandi vasche per cominciare il “pescaggio” della carta.

Grandi telai vengono posti in acqua e mossi con regolari movimenti verticali e orizzontali che consentono alle fibre più lunghe del normale di legarsi tra loro e depositarsi sul telaio formando un vero e proprio foglio di carta. Il foglio viene quindi spostato su un feltro e poi su una tavola di legno dove viene pressato e infine asciugato.

Durante il corso del processo produttivo, non vengono mai utilizzati prodotti chimici ma piuttosto si usa la linfa stessa del gelso che consente alla carta di mantenere il proprio colore, capacità di piegatura e una lunga inalterata longevità. Queste caratteristiche uniche hanno reso questi fogli di carta Hanji i più ricercati da calligrafi e pittori di tutto l’Oriente.

Lucente e trasparente, elastica e resistente, in passato la carta Hanji veniva utilizzata per la realizzazione di manoscritti religiosi e buddisti, e tra questi il primo libro al mondo stampato in Corea nel 1377 (settantotto anni prima della Bibbia di Gutenberg) con caratteri mobili in metallo era il Jikji, il più importante testo del buddismo coreano.

Bisogna aggiungere, per strano che possa suonare, che in Corea è sempre esistito una forte collegamento tra la carta e il buddismo.

Carta Hanji

Durante il regno di Goryeo (dal 900 al 1400 circa), momento storico nel quale il buddismo raggiunge il suo massimo splendore e diffusione, i monaci svolgevano un importante lavoro di copiatura dei testi ed era necessario affidarsi a una altissima qualità di carta e, per necessità, in tutti i monasteri del paese i monaci stessi impararono le tecniche di produzione della carta Hanji raggiungendo livelli di perfezione.

Oggi la carta Hanji viene utilizzata non solo per la scrittura e la pittura ma anche per la realizzazione di interni delle case, abiti, bambole, strumenti musicali, vasi e oggetti di uso quotidiano. Nelle tradizionali Hanok, le case coreane, la carta posta davanti a porte e finestre senza togliere la luce dagli ambienti, al contrario, la ammorbidisce e rende gli interni più caldi o più freschi secondo le stagioni. Oppure viene posta sul pavimento come isolante, secondo gli ultimi sistemi di riscaldamento adottati dalla architettura coreana o utilizzata per decorare gli ambienti.

Ma la carta Hanji può essere anche morbida come la seta e ben si presta alla fabbricazione di abiti che conservano il calore d’inverno e tengono il corpo fresco d’estate. Nell’ antichità grazie alla sua resistenza veniva usata per rivestire le armature militari. Oggi viene utilizzata per realizzare bambole, una vera e propria professione che appartiene all’artigianato di alto livello infatti esistono istituti specializzati che insegnano il mestiere perché questa arte non vada perduta.

Anche gli strumenti musicali si avvantaggiano se l’interno della cassa di risonanza di un violino viene foderato con la carta Hanji e la differenza la si avverte nella “voce” del violino.

Carta Hanji

Vengono anche creati oggetti di uso quotidiano più semplici o complessi e raffinati: paraventi, tavolini, ventagli, vasi e altro; grazie a una grande versatilità il processo di realizzazione è facile perché basta far prendere alla carta la forma dell’oggetto prescelto.

Alcuni artigiani coreani si dedicano ancora oggi al processo tradizionale di preparazione e creazione della carta Hanji senza acidi nè composti chimici.

La mostra presentata nel Museo Carlo Bilotti di Roma ha visto cinquanta artisti tra Corea e Italia misurarsi con un prodotto antico, la Carta Hanji, realizzata presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, unico luogo specializzato in Europa, dove viene prodotta e che è diventato nel tempo un luogo di riferimento per restauratori, artisti e istituzioni.

L’Accademia, in collaborazione con l’Istituto Culturale Coreano, ha lanciato questo progetto espositivo invitando giovani artisti alle prime armi e artisti noti a livello internazionale, garantendo la massima libertà creativa, perché potessero misurarsi con la Carta Hanji, una esperienza unica, che unisce gestualità e ritualità con la ricerca personale degli artisti.

Le opere presenti in mostra hanno declinato le varie possibilità e suggestioni offerte dalla Carta Hanji che vanno dal disegno, alla pittura, alla scultura, al collage, alla sound art.

Tutto il corpo di queste opere apre orizzonti alla ricerca e riflessioni sul contemporaneo, l’arte non è solo esecuzione ma progetto e sono le idee a fare l’opera.

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